Cerca i compleanni per iniziale: a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z 5
Oppure per mese: Gennaio Febbraio Marzo Aprile Maggio Giugno Luglio Agosto Settembre Ottobre Novembre Dicembre

Alex Zanotelli sui motori di ricerca:

Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli

Video:

Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli

Foto:

Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli

News:

Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli
Alex Zanotelli

Audio:

Alex Zanotelli

Alex Zanotelli

Alex Zanotelli (70)

Informazioni di base:

  • Vero Nome: Alessandro Zanotelli
  • Data di nascita: 26/08/1938
  • Professione: Sacerdote
  • Luogo di nascita: Livo (TN)
  • Nazione: Italia
  • Alex Zanotelli in Rete:

  • Wikipedia: Alex Zanotelli su Wikipedia
  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)

    L'utente archeologo ha chiesto di verificare che questa voce non costituisca una violazione di copyright perché sicuramente copyviol dal libro "Sfida alla globalizzazione" di Mario Lancisi (citato nel testo come fonte!!!), ma è possibile una copiatura più generale.
    La voce è stata inserita nella categoria Da controllare per copyright - biografie.
    Se puoi, contribuisci a riscriverla per assicurarne la compatibilità con la licenza GFDL (vedi Wikipedia:Copyright per maggiori dettagli).
    Per eventuali note usa la pagina di discussione.
    Avvisa l'autore con il messaggio predefinito --~~~~
    Questa voce di biografie è ritenuta non neutrale: per contribuire, partecipa alla discussione.

    Motivo: alcuni passaggi sono nettamente di parte, Vedi anche: Progetto biografie Portale biografie Segnalazione di archeologo 21:13, 26 mar 2008 (CET)
    Questa pagina di biografie è ritenuta da controllare: per contribuire, partecipa alla discussione e/o correggila.

    Motivo: il testo è tanto colloquiale da sembrare copyviol di qualche rivista o (peggio) libro. Segnalazione di archeologo 21:13, 26 mar 2008 (CET)
    Questa voce di biografie non è ancora formattata secondo gli standard: contribuisci a migliorarla seguendo le convenzioni di Wikipedia e del Progetto biografie.
    Padre Alessandro Zanotelli M.C.C.I., noto come padre Alex Zanotelli, (Livo, 26 agosto 1938) è un religioso italiano, facente parte dell'ordine missionario dei Comboniani di Verona. È l'ispiratore ed il fondatore di più movimenti italiani che hanno l'obiettivo di creare le condizioni della pace e di una società solidale in cui gli ultimi abbiano cittadinanza.

    La biografia
    Padre Alex Zanotelli fa parte dell'ordine missionario dei Comboniani. Attraverso il suo percorso di vita, analizzeremo le tappe fondamentali per l'evoluzione del suo pensiero, della sua visione della società e dell'economia, del suo concetto di fede e di “missione”. Tutto questo lo faremo entrando nel dettaglio delle “battaglie” più significative da lui condotte, delle tematiche principali da lui affrontate e dei movimenti di cui è stato fondatore o ispiratore. Perciò, l'attenzione verrà focalizzata soprattutto sulle grandi crisi esistenziali della sua vita, dovute a scelte di altri, ma da lui stesso trasformate in vere e proprie opportunità: il salto, per studiare, dal suo paese d'infanzia nel Trentino alla città statunitense di Cincinnati, poi l'approdo alla sua prima missione in Sudan, quindi la direzione negli anni '80 della rivista comboniana Nigrizia, che analizzeremo brevemente, poi i dodici anni nella baraccopoli keniana di Korogocho, ed infine il ritorno in Italia, nel quartiere “Sanità” di Napoli.
    Dal Trentino agli Stati Uniti (1938-1964)
    Alessandro Zanotelli nacque il 26 agosto del 1938 a Livo, nella Valle di Non, in Trentino. Dopo di lui, nacquero altri sei figli. La Valle di Non fu al centro della seconda guerra mondiale, soprattutto durante la ritirata dei tedeschi. Alex visse la sua infanzia tra le bombe e i soldati, in un clima di guerra. In prima elementare rimase bocciato, con grandi lacune in matematica. Si distingueva soprattutto per la sua voglia di giocare, e la sua inarrestabile vivacità. A 17 anni, decise di entrare a far parte dell'ordine missionario dei Comboniani, facendo suscitare grandi perplessità alla madre, la quale fino ad allora non l'aveva mai visto studiare, e lo riteneva troppo irrequieto per poter entrare in un seminario. Nonostante tutto, nel 1955 si preparò ad andare a trascorrere l'anno di noviziato a Firenze. Fu proprio in quel momento che i comboniani gli proposero, però, di recarsi a studiare negli Stati Uniti, nella città di Cincinnati. Lì conseguì la maturità e completò gli studi di teologia, vivendo otto anni nell'America del grande boom economico, nell'America delle effervescenti trasformazioni sociali.
    Divenne sacerdote nel 1964, e l'anno dopo, cioè nel 1965, a 27 anni, fu mandato alla Comboni School di El-Obeid, una cittadina nel deserto del Sudan. Fu questa la seconda grande svolta della sua vita.
    La prima missione in Sudan, e il ritiro del passaporto (1965-1973)
    Il giornalista Mario Lancisi, nel libro Sfida alla globalizzazione, dove si raccontano alcuni momenti della vita di Alex Zanotelli, definisce ogni tipo di conversione come uno strappo, un dolore, una rottura di cordoni ombelicali, ma anche una commistione, un passaggio ad uno stadio più evoluto. Fu proprio così per il missionario allora ventisettenne, assegnato ad un paese dove mai si sarebbe aspettato di essere mandato. Da Cincinnati ad El-Obeid: un impatto tremendo, che l'obbligò a fare notevoli passi in avanti. “In America sono cresciuto in una cultura antiaraba, antiislamica, e poi sono andato a finire in una città araba per modo di dire, ma islamica sì. Allora rifiutavo quella cultura. Ci sono voluti otto anni per digerirla ed esserne anche profondamente affascinato”, confessa padre Alex, durante un incontro nel marzo 2003 a Quarrata, ospite dell'associazione Rete Radiè Resch.
    Fu proprio la scoperta dei poveri a modificare, per la prima volta, la sua idea di “missione”, scoprendo che proprio quello scenario (da lui inizialmente poco desiderato) poteva diventare un luogo ideale per il dialogo tra cristiani e musulmani, alla scoperta delle comuni ricchezze. Cominciò a prendere la bicicletta, dopo le ore in cui insegnava, per andare nelle varie baraccopoli di El-Obeid a trovare la popolazione dei Nuba: un insieme di popoli provenienti da varie parti dell'Africa e, per buona parte, asserragliati sui monti Nuba. Da questi monti, i Nuba scendevano in città alla ricerca di lavoro, ma ciò li esponeva al rischio del sottoimpiego mal retribuito, alla spersonalizzazione, alla vita in baraccopoli. Fu l'incontro con loro che diede profondità di senso alla missione di padre Alex. Si schierò dalla loro parte, strappò i bambini dalla strada e fece loro scuola. Fu influenzato dalle parole di Don Milani, il quale vedeva la scuola come strumento di crescita umana. Inoltre cercò di sensibilizzare anche gli studenti della Comboni School riguardo a questa popolazione emarginata. Nel libro Korogocho, padre Alex racconta: “In un incontro ristretto, una volta domandai a degli allievi: ‘Ma voi avete una cultura nuba?', e loro mi risposero: ‘No, non esiste una cultura nuba'. ‘Cosa? Allora smettiamo per un po' di studiare il Vangelo e cominciamo a vedere che cos'è la cultura, e se esiste una cultura nuba. Ogni popolo ha la sua cultura!'
    Iniziò così il processo di “coscientizzazione” che dette un enorme fastidio al governo del Sudan, il quale aveva paura che i Nuba potessero allearsi con i neri del Sud per combatterlo. La tensione che c'era in quel periodo era dimostrata dal fatto che, dal 1964 al 1972, i missionari erano sorvegliati a vista dalla polizia. Erano ritenuti agenti dell'imperialismo, sfruttatori del popolo, responsabili della guerra civile nel sud del paese. Essi non potevano spostarsi dai loro centri senza previa autorizzazione. Padre Alex scoprì solo dopo che, per vari mesi, era stato pedinato in tutti i suoi movimenti da alcuni poliziotti in borghese. Cominciò a dedicare tutti i giorni a incontrare autorità, maestri e capi nubani. Instaurò inoltre un buon rapporto con la Chiesa protestante evangelica della zona. E strinse una grande amicizia con un ministro protestante il quale, dopo aver rinunciato al suo ministero per fare politica, stava aiutando i nubani a comprendere la loro identità per poi partecipare alla vita politica del paese. Questo dette molto fastidio soprattutto al governatore di El-Obeid, che era nubano musulmano, il quale voleva assolutamente che Zanotelli lasciasse il paese. In quegli anni, inoltre, egli ebbe un duro scontro con l'arcivescovo di Karthoum, Agostino Baroni, che appoggiava il pro-nunzio nel proclamare in giro per il mondo che in Sudan c'era pace (erano in piena guerra civile) e rispetto dei diritti umani (dirà lo stesso da nunzio in Argentina, dove resterà per vent'anni, affermando che i desaparecidos non erano mai esistiti). Lo scontro finale venne proprio riguardo al Sinodo dei vescovi del 1971 dedicato alla giustizia e al ministero dei preti. Per l'occasione, tutti i missionari di El-Obeid avevano scritto una lettera sulla situazione drammatica del Sudan e sul silenzio della Chiesa cattolica. Padre Alex Zanotelli fu subito convocato dall'arcivescovo Baroni, che gli disse che non era necessario consultare i preti in Sudan per parlare di quell'argomento al Sinodo. Allora padre Alex gli disse: “Mi perdoni. Abbiamo due visioni della Chiesa molto differenti. Lei pensa che lo Spirito Santo ce l'abbia solo il vescovo; io ritengo che lo Spirito Santo lavori in tutti”. Mosso dal fascino della cultura araba ed islamica, e desideroso di conoscere meglio la realtà in cui aveva deciso di restare, dopo otto anni trascorsi in Sudan, decise di tornare momentaneamente in Italia, a Roma. Lì studiò la lingua araba, il Corano e il diritto musulmano al Centro di studi islamici della capitale, appassionandosi alla teologia e alla mistica dell'Islam. Dopo due anni di studio, superò gli esami a Parigi e fece le valigie per tornare in Sudan. Ma fu in quel momento che il governo sudanese gli ritirò il passaporto: alla sua richiesta del visto per rientrare, la risposta del governo fu una lettera ufficiale in cui lui fu definito “indesiderato, ed un pericolo per la pubblica sicurezza”.
    testimonianza:
    Rolando Dal Cason, ex missionario comboniano, per 30 anni in Sudan, nell'intervista condotta da Mario Lancisi e riportata nel libro Sfida alla globalizzazione, afferma: “le messe di padre Alex attingevano agli usi e ai costumi africani, e questo non piaceva a quanti facevano fatica ad accettare il Concilio Vaticano II. Le sue omelie erano di fuoco: si scagliava contro le ingiustizie, spesso metteva sotto accusa i responsabili del governo e dell'amministrazione corrotti. Cercava in definitiva di applicare il Vangelo alla realtà storica in cui viveva”; e come era visto dai suoi confratelli? “Tra i comboniani, padre Alex, come tutte le figure scomode, è stato sempre amato da alcuni e considerato una ‘testa calda' da altri”; inoltre, “parlava spesso con le prostitute, passeggiando nel parco sotto gli occhi di tutti. Nonostante questo, non mancavano i sorrisini maliziosi. Ma Alex si sentiva a posto con la coscienza e continuava il suo lavoro con il suo caratteristico sorriso sul volto. Forse Gesù non parlava con le prostitute?”.
    I primi anni come direttore di NIGRIZIA (1978-1985)
    Una volta costretto a rinunciare alla missione in Sudan, terribilmente deluso e profondamente scoraggiato, rimase in Italia, precisamente a Lecce. Anche lì il suo modo di lavorare trovò degli oppositori all'interno dei comboniani, e nel 1978 fu convocato a Roma con quarantadue capi d'accusa. Per alcuni comboniani, “a Lecce non facevo ‘vera animazione vocazionale', cioè non mi preoccupavo di ‘reclutare' ”. Nel frattempo la rivista dei comboniani, Nigrizia, non viaggiava in buone acque, e, dopo numerose dimissioni e licenziamenti, proprio il suo nome finì per cadere nella lista dei possibili nuovi direttori. Alla fine fu proprio lui ad essere chiamato, e alla vigilia di un'ennesima scelta imposta dai superiori e non decisa direttamente da lui, andò dal responsabile della Provincia italiana, Tonino Pasolini, dicendo: “Ma come? Sei mesi fa volevi spedirmi via da Lecce con tutti quei capi d'accusa e adesso mi chiami per fare il direttore della rivista più importante dei comboniani?”. “Non abbiamo altra scelta, sei l'unico rimasto”, gli rispose Pasolini. Allora, com'è riportato nel libro Korogocho, padre Alex gli rispose: “Tu sai bene qual è stato il mio passato, da chi sono stato influenzato, dall'America latina, dalla teologia della liberazione… Attento, sarò duro”. Così, dopo successive riflessioni, a quarant'anni, divenne direttore nell'agosto del 1978.
    Fin dall'inizio, la linea della rivista seguì tre punti fondamentali: 1-si sforzò di valorizzare e far conoscere le teologie delle giovani Chiese del Terzo Mondo, che non erano ben viste dalle autorità vaticane, come la teologia della liberazione, la teologia nera, la teologia africana, la teologia asiatica; 2-affermò una nuova idea di “missione”, contestando quella tradizionale che si basava sull'esportazione di mezzi, capitali e cultura occidentali allo scopo di convertire i locali; perciò la rivista contestò le condizioni agiate di molti missionari che trasmettevano stili di vita occidentali, senza valorizzare la cultura del luogo; 3-pubblicò anche notizie ostili ai governi africani, perché quel silenzio (voluto da alcuni per evitare pericoli ai missionari in Africa) “sarebbe stato complicità, crimine. La domanda da porsi non era tanto se i missionari sarebbero stati cacciati, quanto piuttosto se la denuncia avrebbe aiutato o meno il popolo di quel paese. L'ottica, almeno in chiave evangelica, non può essere il missionario, ma l'oppresso, il torturato”, spiega Zanotelli qualche anno dopo.
    Ora, però, sospendiamo momentaneamente il filone biografico di padre Zanotelli per approfondire il suo reale punto di vista riguardo alla “missione” e riguardo a Dio.
    In missione con l'Altro.
    “Io, abitante a Korogocho, ringrazio Te, Padre, perché Alex, Antonio e Gianni potrebbero essere sull'erba fresca a Ngong Road, a recitare le loro preghiere. Invece sono qui, tra i rifiuti, nella puzza. Sono qui con noi”. preghiera di un giovane keniota
    Per padre Alex Zanotelli, “missione” è essenzialmente “incontro con l'Altro”, con il diverso: è sedersi dove la gente si siede, e poi lasciare che tutto cresca. Rovesciando la concezione tradizionale, la sua idea di missione è basata sull'immersione totale nella realtà degli emarginati. Solo così, condividendo totalmente la povertà dei poveri e la sofferenza degli oppressi, il missionario, il prete, può essere coerente e credibile, e testimoniare veramente Gesù. La frontiera (la vita in una baracca in mezzo alle altre baracche) dovrebbe essere una priorità della missione e della formazione alla missione. Esorta ad una missione a rovescio, dove gli evangelizzatori di professione sono a loro volta evangelizzati, assumendo il ruolo di ascoltatori e non di maestri, di testimoni di un Vangelo che esige umiltà e coerenza prima di essere eventualmente proclamato. La missione, quindi, non è più andare a evangelizzare, a civilizzare, ma è lasciarsi evangelizzare, lasciarsi umanizzare dagli ultimi, assumendo dentro di sé la loro sofferenza.
    Padre Alex chiede una scelta decisa ai missionari. “Finora molte nostre comunità missionarie che cosa sono state? Prevalentemente strutture culturali italiane, al massimo europee, strutture protette in cui c'è una maniera europea di vivere, una maniera europea di mangiare, una maniera europea di pregare. Molte missioni vanno sbattute fuori dal loro bozzolo culturale, che le isola e le rende sterili. E' questa la vera missione, quando, incontrando l'Altro, si comincia a mettere in discussione la propria esperienza culturale e religiosa”, scrive padre Alex sul libro Korogocho, “E' nell'incontro con l'Altro, quando tu gli doni la tua ricchezza che hai, e lui ti dona la sua ricchezza che ha, che davvero nasce qualcosa di nuovo: nasce la relazione, ed è lì che sperimenti Dio”. Ha sempre detto che i veri eroi non sono i missionari, ma la gente che vive nei luoghi di difficoltà, costretta a restare in un inferno provocato dal ricco paradiso di altri. E proprio gli inferi dovrebbero essere la frontiera abituale di un missionario. La missione, allora, assume il significato di scelta radicale di vita, dove non c'è un impegno per qualcun altro, ma una condivisione con l'Altro. Spesso, secondo padre Alex, si fanno i progetti senza coinvolgere le persone interessate. Ma le persone non sono cose. Molti pretendono di risolvere i problemi di una baraccopoli semplicemente con i soldi, ma non è così. Affinché un progetto diventi parte integrante di un popolo, è necessaria una presenza continua, è necessario camminare con la gente.
    Sempre da Korogocho (baraccopoli che vedremo più nel dettaglio fra qualche pagina), cioè dal luogo dove ha “affinato” la sua idea di missione, Zanotelli dichiara di essere stato battezzato dai poveri. Un battesimo che ha una duplice valenza: l'aiuto ai poveri a rialzarsi diventa, per il missionario, il vero Senso della vita. E' il battesimo dei poveri che sconquassa tutto, e trasforma il proprio stile di vita, assieme alla propria visione, al proprio modo di leggere la realtà, alla propria teologia, alla propria morale. Proprio da questa necessità di farsi “sconvolgere”, alla domanda -che cosa vuol dire essere prete?-, padre Alex ha sempre risposto che lo si comincia a capire quando si diventa pane per la gente, quando si è radicalmente disponibili verso gli altri, quando non si ha più vita privata, quando non ci si appartiene più, ma si appartiene alla gente in drammatiche situazioni umane. Il suo essere prete significa dare la vita, buttarla, ed è questa la sua grazia: la grazia di essere stato battezzato dai poveri. Inoltre, “agire in modo locale e pensare in modo globale” è una frase molto cara a padre Alex. La missione non ha a che fare solo con l'anima, ma è collegata anche con gli aspetti economici, politici, sociali. Vuol dire denuncia dei sistemi che creano ingiustizie e oppressione, vuol dire ricerca di proposte alternative. Fare ed essere missione vuol dire anche fare politica, cioè chiedersi perché esistono queste situazioni di miseria, a quale sistema economico-finanziario sono funzionali, e impegnarsi a metterlo in discussione. “Questa dimensione politica va vissuta fino in fondo, altrimenti si rischia, anche come missionari, di fare il gioco del sistema. E se la si vive fino in fondo, si cessa di essere eroi o santi. Se si vuole annunciare la Buona novella ai poveri, non si può non avere il coraggio di rimettere in discussione i sistemi che, appunto, creano i poveri”. Inoltre, nel libro Korogocho, scrive che molti preti hanno abbandonato uno dei loro compiti fondamentali, che è l'incontro con l'Altro, l'ascolto, la capacità di accoglierlo così com'è, di perdonarlo, e “in questo modo, di farlo incontrare con il Mistero: un Mistero fatto di amore, dove ti senti amato e non giudicato. Purtroppo in molti facciamo le solite confessioni di routine, ma non è questo che serve. E' un ministero che noi preti abbiamo perso per strada, e che dobbiamo ritrovare nella sua essenza”.
    Un Dio debole e impotente.
    Al concetto di “missione”, si ricollega il suo modo di intendere la fede. E' fondamentale, per padre Alex, legare la sua esperienza di fede all'economia, alla politica, alla società, alla cultura, altrimenti non è fede, ma semplicemente spiritualismo. Padre Alex confessa di essere sempre stato in una sorta di lotta con Dio, perché ha sempre cercato di capire come si può conciliare un principio divino con la sofferenza degli innocenti: una lotta dura, composta da riflessioni ispirate essenzialmente dai fatti, dagli incontri, dalle crisi, dai sorrisi, dalle delusioni, dalle incomprensioni, dai capovolgimenti, dai tradimenti, dalla rabbia. Tutto questo ha giocato un ruolo fondamentale nell'elaborazione della sua visione di Dio. Racconta che, quando vedeva a Korogocho migliaia di ragazzine che andavano a prostituirsi in città, negli alberghi, per guadagnarsi qualcosa per poter sopravvivere, si domandava: “Io sarei il prete casto e illibato che può celebrare la messa? Eppure io sono un prete bianco, parte di un mondo ricco che obbliga queste ragazzine a prostituirsi. Io sono a posto, e loro no?”. E' da questo punto di vista che riprende il pensiero del grande filosofo e pensatore ebreo, Emmanuel Lévinas, che dopo essere passato attraverso i campi di concentramento di Stalin e Hitler, scrive che Dio è un volto di donna più che di uomo, perché è essenzialmente colui che genera. E poiché ci genera liberi, Dio si autolimita. Anche padre Alex Zanotelli elabora una teologia basata sul fatto che Dio è profondamente debole, impotente. “Ho abbandonato l'idea del Dio onnipotente, della mia fede sicura, per ritrovare il Dio che condivide le gioie e le sofferenze dell'umanità. Un Dio che cammina con noi, che ci stringe ancora più forte quando ci vede morire fra le sue braccia”. Questa esperienza del Dio debole, che soffre con la gente, che è presente anche in inferni come Korogocho, è stata, per padre Alex, una via obbligata per resistere dodici anni in un luogo dove la morte, per fame o per Aids, è stata sempre la cruda quotidianità. Per lui, è proprio la sofferenza di questo Dio, che non può fare altro che soffrire con l'umanità anche lei malata, che deve spingerci a rimetterci in piedi, a responsabilizzarci.
    Padre Alex individua molti uomini prigionieri del loro bozzolo, della loro classe sociale, delle loro esperienze religiose, della loro ideologia. Essi più riescono a rompere l'involucro del loro bozzolo e più diventano uomini, e più diventano liberi. “Ma questo è esattamente ciò di cui l'uomo ha più paura: la libertà. C'è in noi una forte tendenza alla schiavitù, perché abbiamo paura di quel che c'è fuori, non sappiamo dove ci può portare. Abbiamo paura della libertà, amiamo di fatto la schiavitù!”, scrive nel libro I poveri non ci lasceranno dormire. Perché un uomo rompa l'involucro del proprio bozzolo, deve scattare in lui un meccanismo in grado di aprirgli gli occhi. E questo punto di partenza non può essergli imposto. Il bene non può essere imposto. Diventerebbe -dittatura del bene-. Ecco che la conversione non è solo l'adesione a certe formule dogmatiche, ma un qualcosa di molto diverso. Ci si può convertire a dei valori, ma ci si deve subito rendere conto che si è prigionieri di un bozzolo, di una struttura, di una società, che ha ben altri valori. E allora? Come fare? “Finché rimango nel mio bozzolo, ‘convertito', con tutti i miei valori, non succede assolutamente nulla. Anzi. Il bozzolo intorno a me mi riporterà ad essere esattamente quello che ero prima, anche senza che me ne accorga. Non si scappa. A meno che io non mi impegni a far passare questi valori nell'ambito antropologico, culturale, familiare, politico, economico… O questi valori (attraverso l'azione) diventano società, economia e cultura, o non succederà un bel nulla”.
    E tutto questo, può essere la base per un dialogo più profondo tra credenti e non credenti. Nella vita di padre Alex, è sempre andata intensificandosi la collaborazione con laici e persone non credenti, nella comunanza dei valori fondamentali. “Dobbiamo sbarazzarci del Dio creato e allevato dal sistema”, afferma nell'incontro-discussione con Pietro Ingrao, “e gli atei possono essere quelli che ci richiamano a fare questo; ecco quindi l'importanza di un dialogo sempre aperto. Il problema nostro, quello che più mi spaventa, non è infatti l'ateismo, ma l'idolatria, perché noi siamo idolatri!”. Nel suo libro Leggere l'Impero: il potere tra l'Apocalisse e l'Esodo, padre Alex segue il filo di numerosi filosofi e teologi i quali, attraverso il viaggio dell'Esodo, vedono la corte del Faraone come simbolo della lussuria, del peccato, dello sfarzo, della ricchezza, e che contrappongono ad esso il popolo guidato da Mosè il quale, scappando dall'Egitto faraonico, è in cammino verso la purezza, verso la salvezza. E' questo il compito sociale che padre Alex invita ad intraprendere, soprattutto rivolgendosi alla Chiesa, la quale, nonostante i tanti contrasti, egli crede che possa diventare, a tutti gli effetti, uno strumento decisivo per il bene dell'umanità. Ma il cambiamento che lui vorrebbe vedere nell'istituzione della Chiesa lo affronteremo successivamente. Ora ritorniamo alla sua esperienza (sempre più travagliata) come direttore di Nigrizia.
    Gli ultimi anni come direttore di Nigrizia (1985-1987)
    Coloro che lavorarono a Nigrizia tra il 1985 e il 1987 ebbero modo di accorgersi che, fintanto che si limitavano a fare informazione anche seria sull'Africa, tutt'al più arrivavano le proteste di qualche ambasciatore o di qualche governo africano; le reazioni più grandi, infatti, saltarono fuori nel momento in cui furono poi affrontati temi riguardanti la politica italiana nei confronti del continente africano.
    In realtà, nel 1983, la rivista e il suo direttore avevano già avuto degli scontri di carattere dottrinale con l'allora cardinale Joseph Ratzinger. In quell'anno, infatti, fu chiesto a Meinrad Hegba, un teologo del Camerun, di fare una riflessione sulla riconciliazione nel contesto africano. Hegba scrisse un dossier che fu pubblicato in varie lingue, e anche pubblicato sulla rivista. Su alcune frasi teologicamente interpretabili e prestanti a equivoci, riguardo alla Chiesa di Roma e al “monopolio culturale” che stava attuando nel continente africano, Ratzinger chiese una pubblica ritrattazione, scrivendo una lettera al responsabile generale dei gesuiti, una a Propaganda Fide e poi una al responsabile generale dei comboniani. I teologi del Sant'Uffizio erano contrari alla linea della rivista, la quale pubblicava articoli di teologi del Sud del mondo e contestava “un imperialismo culturale da parte della Chiesa d'Occidente che imponeva un'unica teologia e una sola liturgia a tutti i popoli della terra, cosi culturalmente diversi”, scrive padre Alex nel libro Korogocho. “I problemi non erano gli errori dottrinali contenuti nel dossier; in realtà era tutto un pretesto per attaccare la linea generale della rivista. Le espressioni di Hegba potevano essere molto ortodosse, se comprese bene”. Poi la questione venne archiviata poco tempo dopo.
    Invece, di maggiore risonanza furono i fatti che susseguirono dal 1985. La rivista aveva da sempre portato avanti il problema della fame, ma non aveva mai attaccato direttamente la politica estera italiana. Da quel momento, Nigrizia cominciò a trovarsi in una situazione nuova, e la sua notorietà crebbe notevolmente. L'editoriale del gennaio 1985 fu rilanciato dall'Ansa, e questo provocò il putiferio, poiché Zanotelli aveva attaccato parecchi partiti al governo. In quel momento di grande bufera, fondamentale fu la posizione della Direzione generale dei comboniani, la quale appoggiò ufficialmente la linea della rivista. Nel frattempo, però, c'era stata la reazione del Vaticano, e in un comunicato stampa si diceva che l'editoriale era stato scritto con una certa dose di irresponsabilità. “Ma cosa c'entrava la sala stampa vaticana con una ‘rivistina' comboniana? Eventualmente sarebbe dovuta intervenire la Cei, la conferenza episcopale italiana. Era chiaro che le pressioni dei politici erano state enormi”, ricorda padre Alex nel libro Korogocho. L'attenzione della redazione si focalizzò sul come era nata la legge dei 1900 miliardi, cioè la legge 73 del 1985, dalla quale scaturì il Fai (Fondo aiuti italiani). “E' sempre più risaputo che i soldi destinati alla lotta contro la fame e allo sviluppo vengono usati per altri fini, persino nel giro delle armi”, scrive Zanotelli sul famoso editoriale di gennaio, “ed è inoltre sempre più evidente come l'interesse da parte delle forze politiche italiane provenga più da un preciso tornaconto che da un genuino amore per i poveri. Altro che fame nel mondo! Forse sarebbe più opportuno chiederci a che punto è giunta la nostra fame… Una cosa comunque è chiara: più analizziamo questa faccenda degli aiuti e più ci convinciamo che servono innanzitutto a noi, e poi alle élite borghesi dei paesi poveri per mantenerle al potere. E così il sistema continua a girare”. Questi attacchi vertevano sul fatto che, attraverso quella che fu chiamata “cooperazione italiana”, una grande parte dei 1900 miliardi della legge 73 veniva stanziata, con progetti, contratti e lavori, a compagnie e ditte italiane, le quali venivano retribuite a seconda dei loro legami politici. Gli indizi, che portarono allo scoppio di Tangentopoli sei anni dopo, c'erano già tutti.
    Pochi mesi dopo, Nigrizia pubblicò anche il suo primo dossier sulle armi nel mondo. Negli anni Settanta e nella prima metà degli anni Ottanta, l'industria delle armi italiane, favorita da pochissime restrizioni e controlli sulle esportazioni, fece importanti conquiste commerciali nei settori delle piccole armi, delle mine e dell'artiglieria. Tali prodotti erano destinati soprattutto alle zone del Terzo Mondo ad alta conflittualità. Eventuali divieti all'esportazione in alcuni paesi erano regolarmente aggirati con il sistema delle triangolazioni: le armi partivano dall'Italia, dirette ufficialmente verso paesi non sottoposti a embargo, e da lì venivano poi dirottate verso la reale destinazione. Le triangolazioni, come fu poi dimostrato in campo giudiziario, avvenivano di solito con la compiacenza del potere politico e di spezzoni dei servizi segreti, e alimentavano giganteschi giri di tangenti.
    Padre Alex racconta nel libro Korogocho, che in quei giorni un giornalista gli disse che doveva assolutamente avere una scorta, visto che mai come allora era in pericolo di vita. Padre Alex, stupito, gli rispose: ‘E allora a che cosa serve il celibato? Non ho moglie né figli. Guarda che il celibato non è un bel giglio da portare davanti al Signore perché lo possa annusare per tutta l'eternità!'”.
    Il responsabile generale dei comboniani dovette poi cedere alle pressioni sempre più insistenti del cardinale Tomko, responsabile della Propaganda Fide, che voleva un cambiamento radicale della linea della rivista. Così Zanotelli scrisse una lettera di dimissioni e annunciò una conferenza stampa in cui avrebbe detto tutto. La Direzione generale, spaventata dalla minaccia di una sua conferenza stampa, gli chiese di ritirare le dimissioni. Lui rispose che l'avrebbe fatto solo se si fosse trovato un nuovo direttore deciso a continuare la sua linea. Seguirono mesi di trattative, nei quali la Direzione provinciale italiana era solidale con Zanotelli, mentre la Direzione generale era sotto forte pressione del Vaticano. Alla fine, la decisione ultima arrivò quando padre Alex ricevette una lettera del responsabile dove si annunciava che, nonostante l'appoggio di quasi tutti i comboniani, doveva lasciare la direzione di Nigrizia e recarsi al più presto in Kenya.
    Dopo aver fatto la conferenza stampa, venne fuori un ennesimo putiferio politico, e padre Alex venne convocato d'urgenza a Roma dal cardinale Tomko. “Il cardinale incominciò così: ‘ricordati che, dopo di me, c'è il papa e poi solo Dio'. E mi travolse con una valanga di insulti. Impossibile trattenerlo. Lui riteneva che io gli avessi distrutto la reputazione. E difatti era stato proprio così, perché la gente non riusciva a capire: si chiedeva come mai io, che stavo combattendo contro le armi, venivo defenestrato dal Vaticano”, scrive padre Alex nel libro Korogocho. Fu in quella occasione che padre Alex ricevette la prima ammonizione formale. “‘Come cristiano sono anche capace di perdonarti' mi disse congedandomi. ‘Eminenza, anch'io la perdono'. Mi guardò, fuori di sé dallo stupore. Fu un momento drammatico: pensai anche di aver sbagliato nel fare la conferenza stampa. Ma sentivo il dovere di parlare, e innumerevoli riflessioni mi avevano portato a quella decisione. Uscii dal palazzo vaticano con un'angoscia incredibile. Non accettai neanche l'invito a prendere qualcosa. Mi veniva solo voglia di vomitare. Presi un treno e ritornai a casa”. Dopo mesi di grande tensione, padre Alex si trovò davanti ad una grande crisi esistenziale, dove cominciò a mettersi in cammino per ritrovarsi, per ritornare al centro di se stesso. Sentì, soprattutto in quel momento, non solo l'appoggio di tantissimi comboniani e di un vescovo come don Tonino Bello, ma anche quello della gente comune che dimostrò in vari modi la sua solidarietà.


    A Nairobi – verso Korogocho (1988-1990)
    Nel febbraio del 1988 padre Alex lasciò il mondo dei ricchi diretto all'emisfero sud, a Nairobi, con il cuore e gli occhi ancora pieni di volti e di indimenticabili serate nelle più disparate città italiane. Da sempre egli aveva rifiutato soldi, eppure prima di partire si era trovato tra le mani milioni di lire. Dato che aveva deciso di partire senza nulla, distribuì tutti quei soldi ad altri missionari comboniani di sua fiducia. “Personalmente”, scrive nel libro Korogocho, “ho voluto partire dal Nord senza niente (sempre ricco lo stesso!) per potermi meglio inserire povero (per modo di dire!) tra i poveri”.
    L'idea di lavorare in una baraccopoli, in verità, gli era nata molto tempo prima. Infatti, già nel 1981, chiese un'esperienza d'inserimento di quel tipo, scrivendo una lettera alla Direzione generale dei comboniani, ma fu invitato ad attendere, visto che era appena diventato direttore di Nigrizia. Anche nel 1984 padre Zanotelli trovò le porte sbarrate: in quell'anno, infatti, era già stato assegnato alla missione in Kenya quando fu costretto a rinunciarvi per lo scoppio del “caso Nigrizia”. La sua richiesta d'inserimento rimase accantonata fino a quando, nel 1987, una volta lasciata la direzione della rivista, riuscì a partire per il Kenya. Ma non fu possibile, per lui, cominciare da subito ciò che si era proposto di fare, cioè di vivere in una baracca insieme ai milioni di baraccati della periferia. Rimaneva ancora molto perplesso il cardinale Otunga, per il quale “non era nemmeno immaginabile che un prete andasse a vivere in baraccopoli”. Un prete doveva avere una casa, per lui, doveva avere un telefono, una macchina, altrimenti non era un prete. Ma padre Zanotelli, approfittando di un viaggio all'estero del responsabile dei comboniani in Kenya, Jimenez, fece pressione sul suo vice; e fu proprio quest'ultimo che gli dette il permesso di fare un'esperienza di quel tipo durante la sua assenza, e di andare quindi nella baraccopoli di Soweto all'interno di una baracca. La gente che lo accolse quella domenica mattina non riusciva a credere che un prete bianco fosse arrivato a Soweto. Padre Alex spiegò loro con il suo ancora povero swahili, che era venuto lì per vivere con loro, e per sentire sulla sua pelle cosa ciò significasse. Non chiedeva né privilegi né esenzioni. La priorità era data all'incontro con le persone, con tutti e soprattutto con i più disprezzati. Così cominciò a condividere con loro anche i momenti più semplici e quotidiani. Camminando ogni mattina con la grande fila di operai che andavano al lavoro (visto che nessuno si poteva permettere i dieci scellini di autobus), trovava l'occasione per salutare, parlare, stringere la mano. Passava poi di baracca in baracca, cercando prima di tutto di ascoltare, di capire. In quegli incontri, si dava il via ad un processo nuovo che rompeva il mito del missionario, del prete che dava (missione=aiuti); a Soweto dava solo se stesso. Ma le difficoltà con la Chiesa del Kenya, in quel periodo, divennero ancora più pesanti, e padre Alex, poco tempo dopo, fu convocato dal suo stesso responsabile, padre Jimenez. Quest'ultimo gli riferì che era stato appena convocato d'urgenza dal cardinale Otunga, il quale era ancora fortemente contrario al tipo di attività da lui svolta. Rientrato a Soweto, comunicò alla gente che pochi giorni dopo li avrebbe lasciati. Nella lettera scritta alcuni mesi dopo, scrive: “La gente mi chiedeva: ‘Ma perché ci lasci?'. ‘Il cardinale non vuole che rimanga perché vuole che i suoi sacerdoti vivano in parrocchia, in una casa decente', balbettavo. ‘Ma Gesù –mi rispose Bernard, un giovane lavoratore- non aveva una casa… Gesù viveva con la gente, camminava con loro offrendo speranza…'”. Prima della partenza, davanti alla sua baracca, si riunirono centinaia di persone che danzarono, pregarono e cantarono per circa tre ore: così salutarono quell'uomo semplice che aveva vissuto proprio come loro, portando la sua acqua, lavando i suoi vestiti, andando in bagno fuori sui vicoli, ascoltando i malati. Poi, qualche mese dopo, padre Jimenez riuscì a trovare il modo per far lavorare Zanotelli in una baraccopoli senza però dover chiedere il permesso a monsignor Otunga, ossia mandandolo in una delle baraccopoli più disastrose del mondo, Korogocho, aggregandolo “formalmente” alla vicinissima missione comboniana di Kariobangi.
    La discesa agli inferi – Korogocho (1990-2002)
    “Due anni fa sono disceso a Korogocho (non c'è missione senza discesa agli inferi!)”. Lettera agli amici, Natale 1992.
    Anche se, da più di dieci anni, chiedeva un inserimento comunitario insieme ad altri confratelli, padre Alex Zanotelli è entrato a Korogocho da solo e così ci è rimasto per un anno e mezzo, cioè fino all'arrivo tanto atteso di padre Gianni Nobili, proveniente dallo Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo). Poi la comunità si allargò a padre Antonio D'Agostino, al laico Gino Filippini e ad un gruppo di altri laici e laiche.
    Korogocho: una baraccopoli sulla discarica
    Korogocho (che vuol dire “confusione”) è una delle più numerose baraccopoli della periferia di Nairobi. Quest'ultima, costruita dall'impero britannico alla fine dell'Ottocento su un altopiano a 1800 metri, era una città di apartheid: c'erano la città dei bianchi, la città degli indiani e la città dei neri. Con l'indipendenza, questa cittadina notevolmente ricca è poi divenuta una megalopoli di quattro milioni di abitanti, passando dall'apartheid razziale a quella economica. Infatti, più di due milioni dei suoi abitanti (cioè, più della metà) sono costretti a vivere nell'1,5 per cento di terra della città: sono loro i baraccati di Nairobi. Questo 1,5 per cento di terra, inoltre, non appartiene ai suoi abitanti, cioè ai baraccati, ma al governo, il quale, con le ruspe, può demolire “legalmente” anche un'intera baraccopoli per speculazione edilizia, e così costringere i baraccati a rifugiarsi ancora più in periferia, ancora più “in là”. E questo, negli anni novanta, è successo per più di dieci volte. Ma non basta: l'80 per cento dei baraccati non possiede nemmeno la baracca in cui vive, ma paga l'affitto a persone quasi sempre esterne alla baraccopoli, che, in accordo con il capo locale, costruiscono abusivamente le baracche. Così, a poche centinaia di metri dai quartieri più ricchi della capitale keniana, all'interno dei quali vengono costruite enormi ville con piscine e giardini, ci sono più di 120 baraccopoli (la più grande è Kibera, con 800.000 abitanti): qui il Nord e il Sud sono a tre chilometri di distanza. Korogocho è al terzo posto, per numero di abitanti, con più di 100.000 persone al suo interno, tutte “accatastate” su una collina lunga un chilometro e mezzo, e larga uno. Le baracche sono generalmente tre metri per quattro, e ospitano mediamente cinque-sei persone. Le fognature sono a cielo aperto. Non c'è corrente elettrica. Non c'è gas. Non ci sono auto. Non ci sono servizi igienici: ognuno fa i suoi bisogni nei canali della fognatura a cielo aperto che scorrono tra le baracche. L'acqua, poi, è portata con delle tubature a dei punti di riferimento, presso i quali viene venduta (a prezzi più cari rispetto a quella distribuita nel quartiere residenziale dei ricchi) da alcuni abitanti che stipulano un contratto con il comune: è significativo il fatto che l'acqua per riempire le piscine delle tante ville di Nairobi costa molto meno dell'acqua che si beve nelle baraccopoli. Davanti a questa collina, poi, c'è un'enorme discarica dove, ogni giorno, centinaia di camion scaricano tonnellate di rifiuti della città; si forma così una vera e propria collina dove migliaia di persone cercano di raccogliere tutto il possibile e, per questo, vengono ritenute inferiori dagli altri abitanti della baraccopoli e quindi emarginate. “Vedo in continuazione fuochi sinistri che ardono, e colonne di fumo nero acre salgono al cielo”, scrive padre Alex nella Lettera agli Amici del giugno 1990, “migliaia di uccelli volteggiano nei cieli, migliaia di persone frugano fra le immondizie in cerca di cibo e di materiale plastico da rivendere”. E nella Lettera agli amici del Natale 1992 scrive: “Migliaia di persone vivono dei nostri rifiuti: sono questi i veri profeti del nostro secolo, perché con la loro vita mettono sotto giudizio l'attuale sistema economico”. Ma non sono l'unica categoria che giace ad un livello sociale ancora più basso di quello dei baraccati: ci sono anche i ragazzi di strada (a Nairobi si pensa siano in 60.000) che sniffano la colla per non sentire la fame, e dormono all'aperto; ci sono le migliaia di prostitute, quasi sempre ragazzine già con dei figli o fratelli da mantenere, che, dopo la morte o l'abbandono del marito o dei genitori, sono costrette a farsi sfruttare negli alberghi o nelle strade della città; ci sono le bande di ragazzini, che già a quattordici anni girano con pistole e coltelli, rubando e lavorando spesso per conto della polizia; e poi ci sono i numerosi malati di Aids, dato che oltre la metà dei baraccati è sieropositiva.
    “Iniziai a passare di baracca in baracca. Il popolo sterminato di Korogocho iniziava ad assumere un volto: il volto dei poveri”. Lettera agli amici, giugno 1990
    Il popolo della discarica
    All'inizio, cioè nei primi tre anni, padre Alex e poi padre Gianni hanno vissuto a fianco della chiesetta di Saint John. Poi si sono trasferiti in un'altra baracca, proprio al centro di Korogocho. Di fronte a così tanti problemi da affrontare, hanno deciso subito di iniziare un piano di sviluppo in favore del gruppo più emarginato: quello della discarica. A chi gli chiedeva il perché ci fossero, anche tra i poveri, dei “poveri ancora più poveri”, come coloro che vivono di rifiuti, la risposta di padre Alex è sempre stata la stessa: “Smettetela di pensare che i poveri sono i buoni e i ricchi sono i cattivi. I poveri e i ricchi sono uguali, sono peccatori tutti! Dio è il Dio dei poveri non perché i poveri sono buoni, ma perché Dio è il Dio degli oppressi, degli esclusi, delle vittime del Sistema”. Mario Lancisi, nel libro Sfida alla globalizzazione, afferma che “la catena delle ingiustizie sociali non ha mai fine: in fondo alla scala c'è sempre un ultimo che si comporta da ricco con chi gli sta sotto”. Padre Alex, sempre nello stesso libro, riguardo a questo argomento, aggiunge: “Eppure il problema dell'altro è un problema tipicamente umano: ognuno di noi ha paura dell'altro”. A Korogocho, migliaia di donne, uomini e bambini, dopo averli raccolti, rivendono i rifiuti a mediatori che, però, ci guadagnano molto di più, mentre agli stessi raccoglitori rimane ben poco. Per questo, si è deciso di mettere in piedi una cooperativa (che è stata chiamata Mukuru A) che tuttora vende direttamente i rifiuti alle aziende che li riutilizzano per riciclarli, senza così dover passare per i mediatori. Non è stato però facile superare tutte le divisioni che c'erano tra di loro, e le donne sono state ammesse alla cooperativa solo dopo un po' di tempo. Poi buona parte dei soci era ubriaca, drogata, con grosse turbe psichiche. Come in ogni altro progetto portato avanti, alcune persone ce la facevano, mentre altre crollavano e ritornavano a vivere come prima. Il Mukuru A è stata l'esperienza pilota in quel campo. Successivamente si è formata anche la cooperativa Mukuru B, che va a prendere i rifiuti direttamente alla fonte, cioè negli uffici e nelle aziende di Nairobi, visto che molti rifiuti “di pregio” vengono raccolti e rivenduti ancora prima di arrivare in baraccopoli. Poi è nato un terzo gruppo addetto alla raccolta dei rifiuti organici e al loro utilizzo per farne concime. Infine, qualche anno dopo, si è aggiunto un quarto gruppo che, per far fronte al problema della legna (la quale serve molto e costa altrettanto) ha cominciato a produrre una specie di “carbone bianco” ideato dal laico Gino Filippini e fatto con la carta impastata con caffè e altre sostanze.
    I ragazzi di strada
    Come già accennato in precedenza, a subire il disprezzo e l'emarginazione degli stessi altri poveri, e quindi ad essere “gli ultimi tra gli ultimi”, ci sono anche i ragazzi di strada, gli street children. Essi vivono allo sbando, chiedono la carità o rubano, fanno dei lavoretti per sopravvivere, e dormono all'aperto. Tra di loro, molti lavorano in discarica: per questi, è stato creato il Boma Rescue Center, ossia un centro, dove i responsabili sono degli operatori locali preparati dai missionari per seguire questi giovani in grande difficoltà. Per i ragazzi di strada che non lavorano in discarica, è stato invece messo in piedi il Korogocho Street Children Program .
    “Una storia esemplare è quella di Kasui e Kimeo; la loro mamma, una donna dolcissima, che era vissuta di prostituzione per dare qualcosa da mangiare ai suoi figli, aveva lottato a lungo contro la malattia. Ricordo che il giorno di Natale del 1994 l'avevo invitata nella mia baracca, avevamo spezzato il pane insieme alla polenta. Poi, a gennaio, l'Aids ebbe la meglio. La sorella più grande, che non aveva più di quindici anni, tenne con sé i fratellini: Kimeo, tre o quattro anni, e Kasui, una bambina di sette o otto. Ma anche lei era stata attaccata dall'Aids. Dopo due mesi, quando morì, i due più piccoli restarono in balia di se stessi. Un giorno una donna si accorse che stava accadendo qualcosa sul ciglio del dirupo che sovrasta la pozzanghera (sarebbe troppo chiamarla laghetto) che divide Korogocho dalla discarica. Una ragazzina tentava di trascinare con sé il fratellino per gettarsi assieme a lui nell'acqua. La donna riuscì ad avvicinarsi lentamente e ad afferrarla: era Kasui, con il piccolo Kimeo. Me li portò nella baracca. Mentre mi raccontava la storia, sentivo un pugno allo stomaco: mi sentivo responsabile, un verme. Avevo tentato di vedere, con la comunità, come si potessero aiutare quei due bimbi. Ma presto li avevo persi di vista: Korogocho è talmente caotica, le tragedie così tante… Chiesi a Kasui il perché di quel gesto. La risposta fu solo il silenzio, su un volto spento. Mentre li tenevo per mano li scrutavo spesso in volto. ‘Ma cosa c'è di talmente mostruoso e demoniaco nel mondo da spingere due bambini così al suicidio, proprio nel momento in cui dovrebbero aprirsi alla bellezza della vita!' mi domandavo. Che Mistero la vita di questi ragazzi”. dal libro Korogocho, 2003
    Una domanda quotidiana a cui padre Alex ha cercato di dare una risposta, affermando più volte che, a korogocho, l'uomo non è più uomo, non tanto per le condizioni di vita disumane ma per l'assenza assoluta di speranza che avvolge la sua vita: a due bambini come Kimeo e a Kasui mancava proprio quella, cioè mancava la speranza di potercela fare ad essere un uomo e una donna, un giorno. E proprio all'uomo e alla donna privati della loro dignità che si è rivolta l'attenzione e il lavoro della piccola comunità di padre Alex.
    Le bande criminali
    Altri gruppi emarginati sono sicuramente le bande criminali. Attaccano di notte, circondano una baracca, sfondano la porta e rubano tutto. Chi resiste viene ucciso, picchiato, accoltellato. E la violenza sulle donne è all'ordine del giorno. Ma a chi fanno capo questi piccoli gruppi di ragazzini, molti di quattordici-quindici anni? Si sa che a dettare legge, all'interno di Korogocho, è una grande rete mafiosa che ha interessi e traffici di ogni tipo e, di fatto, controlla tutto il territorio (molto spesso con la collaborazione della polizia). Nei suoi spostamenti, anche notturni, in baraccopoli, padre Alex aveva conosciuto qualcuno di questi giovani e aveva iniziato con l'invitarli a prendere un tè nella sua baracca. Così riuscì a stabilire un contatto con una di queste bande, che agiva vicino alla sua baracca, esposta alle scorrerie come ogni altra casa di Korogocho. E lentamente cercò di trasformare quella banda in una piccola comunità. Da lì, ha preso il via il gruppo che è stato chiamato Kindugu, cioè “fratellanza” in kiswahili: un piccolo nucleo di persone che viveva di furti e rapine, che cominciava con il Vangelo e con un lavoro (nel Kindugu si fanno lavori molto semplici, accessibili a tutti, come intrecciare cesti di vimini) a ritrovare dignità e una vita pulita. E' stato ed è tuttora un cammino molto duro perché fatto in un ambiente che non aiuta: c'è la pressione enorme delle bande, dei boss, della droga. Rimane poi il fatto che viene aiutato un gruppo, ma tutti gli altri? Nei dodici anni che padre Alex è vissuto a Korogocho sono nate tante nuove bande, “composte soprattutto di giovanissimi, tredici-quattordici anni, feroci, pieni di rabbia. Non riconoscono e non rispettano nulla e nessuno, nemmeno le loro madri. Eppure bisogna che qualcuno torni a sedersi lì, con loro…”.
    Le ragazzine prostitute
    Nell'interminabile girone infernale di Korogocho, trovano spazio anche molte ragazzine che sono costrette a prostituirsi per sopravvivere e per mantenere i restanti membri della famiglia. Il 60-70 per cento delle famiglie, qui, è guidato da donne sole. Infatti, molte ragazzine di quattordici-quindici anni rimangono senza genitori e, quindi, di fatto, responsabili della sopravvivenza dei fratelli o delle sorelle più piccoli. Oppure, in altri casi altrettanto numerosi, il marito abbandona la moglie che è costretta, seppur ancora ragazzina, ad accudire da sola i propri figli. Unica soluzione per queste ragazze: andare a vendere il proprio corpo in città, negli alberghi, nei club, e così rimanere spesso violentate, infette dall'Aids, picchiate e, proprio per questo, disprezzate da tutti. Lentamente, si è cominciato a formare un piccolo gruppo di queste ragazze, che è stato chiamato Udada, cioè “Sorellanza”, per fare dei lavoretti semplici come alternativa alla prostituzione, alla droga, all'alcol. E' stato questo uno dei gruppi più complessi da mettere insieme, poiché ci sono state fin da subito liti violentissime, spesso innescate proprio dall'incapacità di lavorare assieme (c'era chi arrivava armata di coltello). Ad aggravare il tutto, rimanevano le malattie infettive, che sono onnipresenti a Korogocho, quindi succedeva spesso che quando una si rimetteva in piedi e aiutava le altre, ecco che moriva di Aids. E bisognava ricominciare da capo.
    “Una notte sento qualcuno bussare con forza alla porta della mia baracca, non apro, ma i colpi alla porta continuano per una decina di minuti. Costretto, alla fine esco e apro la porta: Joan, una ragazza che continuava a bere e a drogarsi, crolla sul pavimento, ubriaca fradicia. Le do la mano, la rimetto in piedi. ‘Ma sei ubriaca!', l'apostrofo. ‘Vai a casa! Cosa fai in giro a quest'ora?'. ‘Alex, voglio pregare con te, mi fa senza scomporsi. Si butta sulla stuoia, si mette in ginocchio, solleva le braccia e comincia a pregare a voce alta: una preghiera di grande rabbia. Poi d'improvviso si alza in piedi e inizia a togliersi i vestiti. ‘Guarda che sono qui per pregare,' le dico, ‘non per assistere a uno strip-tease'. E lei: ‘Smettila, Alex, tu non sai quello che ci fanno. Guarda il mio corpo, guarda com'è conciato!'. C'è voluto quel corpo, pieno di cicatrici e di lividi, per farmi comprendere in pieno la violenza che il corpo delle donne di Korogocho deve subire. La violenza in baraccopoli è incredibile. Abbiamo ragazzine violentate da venti uomini insieme. Il corpo della donna diventa il capro espiatorio dove si sfoga la violenza del Sistema". dal libro Korogocho, 2003
    Ad aiutare queste ragazze ha avuto un ruolo fondamentale suor Marta Citterio, missionaria comboniana, che pur dormendo a Kariobangi ha lavorato ogni giorno a Korogocho. Lei si è impegnata per rafforzare un gruppo (Pro Life) che tenta di dare una mano alle tante ragazzine che rimangono incinte dopo essere state violentate e vedono, come unica soluzione, l'aborto (fatto in maniera molto rudimentale, e frequente causa di morte per la madre): “E' uno spettacolo desolante vedere i feti umani abbandonati ai bordi delle strade o trattenuti, da qualche ramo, lungo il fiume Nairobi che delimita la collina di Korogocho”, scrive Zanotelli nel libro Inno alla vita.
    Bega kwa Bega
    Dopo qualche tempo, padre Alex ha insistito affinché tutti questi gruppi, che si era riuniti anche per fare dei lavoretti, si riunissero in una cooperativa, la quale ha preso il nome di Bega Kwa Bega (cioè “Spalla a spalla”), ed è entrata nel mondo del commercio equo e solidale. Le domande che da sempre si è posto padre Alex sono molte: si è forse mirato troppo in alto? E' possibile liberare delle persone “bruciate” dall'alcol, dalla droga, dalla criminalità, lasciandole immerse nel proprio ambiente? E' chiedere troppo rimetterle in piedi e pretendere che possano gestirsi in cooperativa? E' eccessivo pensare che siano in grado di gestire una struttura che deve interloquire con il mondo del Nord? Tuttora padre Zanotelli ammette di non sapere la risposta. Non sa se sarà tutto un fallimento oppure no. Si augura di no, perché si tratta di centinaia di famiglie. L'importante per lui, e per tutti i suoi compagni di missione, come più volte ha affermato, è esserci stati dentro, aver camminato con questa gente che nessuno considerava e aver tentato delle strade per dare dignità a questi volti luminosi.
    I malati di Aids
    E' un dato di fatto che ogni giorno, in Kenya, muoiono 700 persone per Aids, mentre oltre la metà dei baraccati di Nairobi, come già detto in precedenza, è sieropositiva. A Korogocho è stata soprattutto una suora inglese, Sister Gill, che già negli anni ottanta ha cominciato a lavorare in loro aiuto, a dare la spinta più grande in favore di questa attività di assistenza. Lei ha iniziato, fin da subito, a istruire delle donne africane affinché portassero loro i medicinali, affinché seguissero loro i malati, e tutto questo è tuttora fatto da loro come volontariato. “Save Africa by Africa” , gridava Comboni, il fondatore dei comboniani. E padre Alex ha ritenuto fondamentale che tutte le comunità cristiane di Korogocho, createsi nei primi anni della sua attività per condividere la Parola, facessero loro la scelta di volontariato verso i malati di Aids; anche perché gli ospedali in Kenya non solo funzionano male, ma si rifiutano di accogliere i malati infettivi, e il ricovero risulta costare comunque troppo per un baraccato della periferia. Nodo cruciale è stato individuato, fin dall'inizio, nella prevenzione e nell'informazione riguardo alla malattia più dilaniante del continente africano. Numerosi sono stati i programmi per la presa di coscienza sull'Aids, condotti da alcuni keniani. “L'Africa”, denuncia padre Alex nel libro Korogocho, “ha già 28 milioni di malati di Aids. E le multinazionali farmaceutiche sono di nuovo intervenute per bloccare la produzione dei farmaci anti-Aids prodotti a buon prezzo nel Sud del mondo. E' una condanna a morte per milioni di esseri umani. Che commedia la raccolta di fondi ai vari G8 per lottare contro l'Aids!”.
    La scuola
    Quanto è importante l'istruzione per la presa di coscienza di un popolo e per la sua rinascita? Domanda ovvia, alla quale la piccola comunità di padre Alex ha cercato di dare una risposta con una scuola informale (che oggi accoglie circa un migliaio di studenti); “informale” nel senso che non è pubblica né privata, ma è solo un tentativo di rispondere all'impossibilità per i poveri di accedere all'istruzione. Infatti manca, a Korogocho come in tutte le altre baraccopoli, addirittura l'istruzione primaria. Padre Alex afferma che la ragione profonda va individuata nella smania di tagliare le spese sociali e privatizzare tutto, in ossequio alle politiche di ristrutturazione economica suggerite ai governi africani dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. I governi obbediscono, il Kenya non fa eccezione e taglia le spese sociali, così solo chi ha i soldi può mandare i figli a scuola. Solo con la caduta del presidente Moi, all'inizio del 2003, sembra essere cambiato qualcosa, visto che il governo di Kibaki sta cercando di attuare una politica che preveda finalmente l'educazione primaria obbligatoria. Prima di questo promettente cambiamento di rotta del governo kenyano, la scuola informale di Korogocho ha comunque cercato di arginare il problema, con lo stesso obiettivo che ha animato gli altri piani di sviluppo, cioè di dare in mano il progetto agli stessi africani: padre Alex è sempre stato del parere che alla fine dovesse essere la comunità a gestire la scuola, dopo chiaramente una fase di rodaggio. E' molto importante, secondo lui, che gli abitanti della baraccopoli sentano la scuola come loro, cioè portata avanti non solo dal prete ma da tutta la comunità.
    L'Eucarestia
    La Messa, a Korogocho, è il momento in cui le piccole conquiste sociali si intrecciano con la rabbia del presente e la speranza nel domani. Tutti coloro che hanno cercato di raccontare l'Eucarestia di Korogocho hanno fatto fatica a trovare le parole giuste per esprimere la pienezza di vita dei poveri, nonostante la morte quotidiana che in baraccopoli regna sovrana. Cinzia Toller, nella rivista Il Margine del maggio 1998, scrive: “un senso profondo di festa e di gioia pervade l'assemblea. Ognuno presenta brevemente il proprio gruppo e la comunità di emarginati. Applausi a non finire!” Renata Pisu conclude il suo reportage su Korogocho descrivendo la Messa: “una grande festa, di canti e di balli! Rivedo Moses e gli altri della discarica che scandiscono il ritmo battendo le mani, le ragazze della Sorellanza che danzano attorno all'altare, Alex che danza anche lui. E anch'io ballo, invitata da Moses, al ritmo dei tamburi. Sì, perché siamo in Africa, qui, e alla messa di Korogocho i poveri vivono con gioia, una volta alla settimana, il sogno della loro liberazione”.
    Testimonianza di padre Gianni Nobili
    il primo dei confratelli a condividere l'esperienza di padre Zanotelli a Korogocho (tratta dal libro Sfida alla globalizzazione di Mario Lancisi).

    Com'era la prima casa?


    Più che di una casa si trattava di due mini-locali in muratura di 2 metri per 3. Uno serviva da cucina e da sala per accogliere la gente; l'altro da stanza da letto. Qui Alex è rimasto per un anno. Solo.

    Poi dove avete abitato insieme?


    Abbiamo vissuto all'inizio ancora nei due locali in muratura a fianco della chiesetta di St John. Ma sentivamo che, pur immersi nella baraccopoli, vivendo in una struttura comunque ecclesiale, eravamo ancora troppo protetti e privilegiati. Alex diceva spesso: “Gianni, dobbiamo andare più all'interno del quartiere!”. Così, mentre lui ritornò in Italia nell'estate del 1991 per il capitolo dei comboniani, ho ripulito e sistemato una vecchia baracca: mura di fango e tetto in lamiera.

    Come vivevate dentro la baracca?


    Stile Korogocho: con spazi ridottissimi e nessuna privacy (tanto per spiegarsi): una piccola cucina, un'unica stanza da letto, la quale era anche biblioteca. Per gabinetto, una classica latrina, fuori, sulla pubblica strada. Il problema della baracca era il caldo bestiale quando il sole picchiava sulle lamiere, e la polvere che entrava da tutte le fessure e riempiva l'ambiente, le stoviglie, il tavolo, i tetti, i libri. Ovviamente niente frigorifero; cibo e acqua, a seconda del bisogno, comperati sulla strada. Per cucinare: due fornellini a petrolio.

    Qual è il disagio fisico più grande che si prova a vivere a Korogocho?


    Da un punto di vista fisico l'enorme degrado ambientale: odori e sporcizia. I rifiuti producono polvere o fango, a seconda del clima. Mancando le fogne, tutti i liquami delle case scorrono lungo i vicoli che separano le baracche. Quando piove è un disastro.

    Come si svolgeva la vostra giornata?


    Appena svegli, intorno alle 6 o poco dopo, facevamo una toeletta alla meglio. La latrina era fuori della baracca, sulla strada principale; mentre dentro, in un angolo, tenevamo un catino d'acqua per lavarci. Dalle 6,30 alle 8 pregavamo i salmi. A Korogocho la preghiera è vita. Uno non si deve sforzare di riferire la Parola di Dio alla vita. E' la vita stessa di Korogocho che è Vangelo.

    La colazione?


    Alle 8. Mettevamo al fuoco una bella pentola di acqua, the e latte, perché già a quell'ora la baracca si riempiva di gente che veniva a trovarci. Bevevano con noi un po' di the con qualche fetta di pane e poi ognuno ci raccontava i suoi problemi.

    A cosa dedicavate la mattinata?


    Dipendeva dai giorni. Il lunedì era riservato al Mukuru, la cooperativa dei raccoglitori di rifiuti. Il martedì invece era il giorno in cui andavamo al centro di Kariobangi per condividere la nostra missione e programmare gli impegni comuni con i fratelli missionari di lì. Il mercoledì incontravamo le donne, le quali spesso devono allevare i figli da sole. Poi il giovedì andavamo al Centro giovanile appena fuori Korogocho. Il venerdì era dedicato alle prostitute. E il sabato incontravamo un secondo gruppo dei raccoglitori di rifiuti.

    Il pranzo?


    Polenta e “sukuma wiki” (erba dei poveri). E la carne si poteva mangiare solo il martedì, quando andavamo a Kariobangi. Ma Alex no: era molto severo, rigido, non accettava di mangiare a Kariobangi più e meglio che a Korogocho.

    Come si concludeva la giornata?


    La sera era dedicata alla formazione dei leader e all'Eucarestia, che in genere celebravamo nella baracca di qualche malato di Aids. Poi, verso mezzanotte, tornavamo nella nostra baracca per inventare una cenetta con quel poco che avevamo.

    Com'è la vita con padre Alex?


    Lui è uno che imprime un ritmo bestiale alla sua giornata. E' dura stargli dietro. Si trattava di conciliare tutti i vari impegni con alcune cose essenziali come il cibo. Ma su quello lui non si preoccupava più di tanto. Così poteva capitare che, tornando in baracca nel cuore della notte, mi dicesse: “Gianni, mangiamo qualcosa!”. Poi si scopriva che, non avendo prima fatto la spesa in qualche bottega della baraccopoli, non c'era nulla.
    La società di oggi – paradiso ed inferno
    Nei numerosi scritti, lettere e libri, è onnipresente il punto di vista di padre Zanotelli riguardo alla società odierna. Ogni aspetto della sua vita, ogni momento della sua esperienza di missione e ogni fatto di attualità sono da lui trasportati ad una visione generale. Le ingiustizie e le disparità che vengono messe in luce dalla “sua” Korogocho e le tematiche affrontate ai tempi di Nigrizia, come anche le campagne sociali che analizzeremo in seguito e quelle che sta tuttora affrontando, rientrano in un particolare quadro sociologico di analisi, comprensione e azione. Leggendo la Bibbia con i poveri, padre Alex afferma di aver capito che Dio è di parte. Dio non è neutrale, è profondamente schierato. Dio è il Dio degli schiavi, degli oppressi. E per realizzare una comunità alternativa all'odierno impero che opprime, Dio sogna per il suo popolo un'economia di uguaglianza: i beni di questo mondo devono servire a buona parte delle persone e non a una minoranza. E per ottenere questo, c'è bisogno di una politica di giustizia, cioè un tipo di politica che rimetta in discussione la tendenza delle società umane a strutturarsi nella disuguaglianza. E secondo padre Zanotelli, è proprio qui che Marx si è sbagliato: l'uomo non è cattivo perché la società lo fa cattivo; la cattiveria è dentro l'uomo, fa parte di lui. Ogni impero è basato su un'economia di opulenza: pochi hanno tutto. E per avere un'economia di opulenza c'è bisogno di una politica di oppressione. Nell'impero, gli apparati dello stato servono a tenere sotto controllo i poveri. E questa politica, a sua volta, domanda una religione in cui Dio è prigioniero del sistema. Un Dio che benedice il faraone. E' la religione imperiale. E nel suo libro del 1996, Leggere l'impero: il potere tra l'Apocalisse e l'Esodo, argomenta proprio questa tesi. Per padre Zanotelli, annunciare la Parola e scardinare il sistema del denaro è un tutt'uno, perché non si può rimanere dentro situazioni come Korogocho senza porre il problema del sistema politico, economico, strutturale entro cui i poveri sono costretti a vivere. Padre Alex dà grande importanza all'analisi sull'economia, ritenendo che quest'ultima ha ormai il controllo totale anche sulla stessa politica (che “è diventata ormai l'ancella, umile e devota, dell'apparato economico-finanziario-militare”, scrive sull'editoriale della rivista Mosaico di pace del giugno 2001). Padre Alex rifiuta questo tipo di controllo, ritenendo che la politica debba tornare a decidere, mentre l'economia e la finanza devono sottostare alla figura del politico. Proprio per far riacquistare alla politica il suo ruolo originario, padre Alex spinge affinché si ritorni, proprio a livello internazionale, ad avere “un centro che possa prendere decisioni”, come scrive nel libro Inno alla vita, “per impedire che siano il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l'Organizzazione mondiale del commercio a decidere in nome di poche, potentissime ‘famiglie' e aziende”. La sua denuncia si allarga al fatto che gli apparati di partito sono molto distanti dalla gente, e spinge affinché ci siano più occasioni per far incontrare i capipartito con le persone, per coltivare un costante confronto dialettico con la base. Il conflitto armato, all'interno di questo contesto, per padre Zanotelli, non risolve nulla. Anzi, è proprio la produzione di armi a giocare un ruolo fondamentale all'interno del sistema economico. A conferma di ciò, oltre al sistema delle triangolazioni e delle tangenti denunciato già ai tempi di Nigrizia, padre Alex si avvalora della storia degli ultimi anni riguardo all'industria delle armi italiane.
    La rete Lilliput
    E allora, come fare pressione verso i governi affinché si arrivi ad una reale politica di giustizia? Per agire in questa direzione, padre Alex ha affermato l'importanza della società civile organizzata, e lo ha fatto, con ancora più forza, a cavallo degli anni 1995-96, quando è ritornato temporaneamente in Italia. In quei mesi, durante le sue numerose conferenze, ha cercato di mettere in luce non solo la situazione del Sud del mondo, ma anche le possibili strade da intraprendere per gli abitanti del Nord. In quel pellegrinaggio sulle strade d'Italia, ha poi affermato di aver visto tantissima vivacità alla base, ma priva di visibilità pubblica e di valenza politica. Per questo, ha lanciato l'idea di Lilliput, cioè di una rete per aiutare gruppi, associazioni e comunità a mettersi insieme, in modo da permettere, soprattutto a livello locale, di collegare più soggetti possibili. “Toccherà alla società civile organizzata rilanciare la Politica, riprendere i grandi temi, e fare pressione sui partiti perché li accolgano”, spiega padre Alex nel libro La Rete Lilliput. Ma avverte: “Vuole essere non un partito politico, ma un soggetto politico. Guai se la società civile organizzata si lascia tentare a entrare nel governo! E' la fine di tutto! Essa, infatti, non fa gli interessi di nessun partito”. La Rete Lilliput accoglie così tutti i gruppi e le associazioni che, per motivi diversi, dicono “no” a certi aspetti di questa società proponendo, però, nello stesso tempo, delle alternative che, come è scritto nel primo documento ufficiale della rete, devono essere per forza valide e accessibili.

    Ma perché il nome “Lilliput”?


    Nella favola “I viaggi di Gulliver”, che scrisse Jonatan Swift nel 1725, il personaggio di Gulliver è un gigante, simbolo dell'Inghilterra che dominava il pianeta, e metafora dell'Impero del denaro. Nel suo espansionismo imperiale, Gulliver arriva a Lilliput dove si trova davanti degli strani abitanti, alti un centimetro e mezzo, che potrebbe tranquillamente schiacciare con la punta dei suoi piedi. I lillipuziani, però, non si rassegnano, e decidono di collaborare tutti insieme per legare, nel sonno, tramite dei fili, il gigante Gulliver. “E' bello pensare che la rete di rapporti umani può trasformarsi in una rete che imprigiona il sistema. Questa è la rete lillipuziana!” spiega padre Zanotelli nel libro La Rete Lilliput.
    Molti hanno “catalogato” Zanotelli come il leader del movimento no-global. Ma lui è contro questo tipo di semplificazione mediatica. Più volte ha affermato, soprattutto nel libro Sfida alla globalizzazione, che la globalizzazione non va demonizzata perché non è un male in sé: è un dato di fatto che ha unificato il mondo e che anzi ha avuto il merito, se non altro, di far capire agli uomini che sono sulla stessa barca. La sua dimensione inaccettabile, però, secondo Zanotelli, è quella basata sul meccanismo infernale che permette al 20 per cento del mondo di vivere da ricco e al restante 80 per cento di non avere nulla. E' contro questa globalizzazione che impone una cultura materialistica, che toglie ai popoli la loro cultura, la loro anima.
    Inoltre, padre Alex, riguardo alla rete Lilliput, ha sempre ribadito la scelta assoluta della nonviolenza. Nel libro Sfida alla globalizzazione, afferma che questa società è violenta per natura; e i collaboratori di Lilliput sono chiamati a costruire un sistema non violento, una civiltà della tenerezza. Influenzato dal Gesù di Nazareth che praticava la nonviolenza attiva in una Galilea schiacciata dall'imperialismo romano, da Gandhi, da Martin Luther King, da don Milani, da don Tonino Bello, e da tanti altri, chiede alla società civile organizzata di essere inflessibile riguardo a questa modalità, ricordando che la nonviolenza attiva non è pacifismo, ma ben altra cosa. La scelta della nonviolenza, per padre Alex, è una scelta di vita, un metodo di lotta politica e un credo religioso, poiché ritiene che il cuore della nonviolenza è proprio il Vangelo. “Per i credenti ci dovrebbe essere un motto inequivocabile: o Dio o la bomba! E la chiesa deve ritornare a quel ‘o il battesimo o l'esercito' che era attuato nei primi tre secoli della sua esistenza, cioè prima di diventare la religione dell'Impero”, scrive nel libro Inno alla vita.
    La campagna per la terra a Korogocho: una lotta ancora in atto.
    La politica, nella baraccopoli di Korogocho, si identifica nella battaglia per la terra. Come già detto in precedenza, i due milioni di baraccati vivono nell'1,5 per cento della terra della città, e quest'esigua porzione di terra neanche la possiedono, visto che è proprietà del governo; quest'ultimo, infatti, come abbiamo già avuto modo di sapere, può far distruggere anche un'intera baraccopoli e costringere i baraccati a lasciare la zona in cui sono vissuti, e tutto questo per speculazione edilizia. Inoltre, un aspetto fondamentale è che l'80 per cento dei baraccati non possiede neppure la propria baracca, ma paga l'affitto a uomini corrotti che si accordano con il comune. Padre Alex cominciò a occuparsi del -problema terra- nel 1994, denunciando il fatto che non ci fossero rappresentanti dei baraccati a livello amministrativo e politico. E in quel periodo denunciò anche il potere del chief, cioè del rappresentante del governo, che aveva la sua polizia amministrativa e poteva servirsi di quella ordinaria. Tuttora, per qualsiasi cosa, ogni baraccato deve avvisare e chiedere il permesso al consigliere del chief, pagando inevitabilmente una tangente. Sempre nello stesso anno, padre Zanotelli riuscì ad esporre la condizione disumana di Korogocho ad un avvocato molto impegnato sui diritti umani, Murungi (che ora è ministro della Giustizia in Kenya). Attraverso di lui, ebbe modo di contattare il “Centro per la difesa legale”, un'associazione di avvocati che difendevano i poveri. A dirigerla c'era Murtaza, un indiano di religione musulmana, che, spinto da padre Alex, convinse i suoi avvocati a occuparsi di Korogocho. L'intento era quello di formare degli insegnanti della scuola, affinché potessero imparare come muoversi o che cosa consigliare alla gente che subiva un torto dal chief. E questo progetto riuscirono a realizzarlo. Poco tempo dopo, però, Murtaza (che non era mai piaciuto al direttivo) fu sostituito da Jane Weru, la quale, da avvocatessa della Nairobi bene, diventò una delle maggiori collaboratrici di padre Alex. Grazie a lei, padre Zanotelli ebbe così la possibilità di chiedere al governo l'affidamento della terra di Korogocho alla comunità. Ma c'era comunque un grosso problema: a chi affidare la terra, se il governo l'avesse per caso ceduta? Infatti, dal punto di vista legale e politico le comunità di Korogocho non esistevano.
    “Un giorno mi vedo arrivare in baracca il chief accompagnato da due scagnozzi dei servizi segreti. Mi apostrofa: ‘Ho sentito che stai parlando della terra con le comunità cristiane qui a Korogocho. Lo sai che in Kenya la terra è la questione più scottante?'. Gli rispondo: ‘Sì, lo so! Ma cosa vuoi? Vuoi che la chiesa serva solo a cantare –alleluia, alleluia- e che non si occupi di queste cose che sono fondamentali per la vita umana, per la gente?'. Cambia discorso: ‘Giorni fa hai fatto una marcia dentro la baraccopoli senza il mio permesso'. ‘E' vero,' gli rispondo, ‘hai ragione! Ma il fatto è che la costituzione del Kenya consente di fare processioni senza il tuo permesso. Ho letto la costituzione con i miei avvocati e abbiamo visto che è così, non c'è nulla di illegale'. ‘Padre,' mi fa con tono minaccioso, ‘ricordati che i tuoi avvocati non ti salveranno dalle pallottole dei miei poliziotti!' Fine della discussione”. Lettera agli amici del 1995
    Si cominciò, per risolvere il problema dell'inesistenza legale delle comunità di Korogocho, a creare un movimento popolare che facesse pressione sul governo con un'attività nonviolenta, e dal quale fossero eletti dei rappresentanti locali. La baraccopoli di Korogocho era divisa in nove quartieri: si decise, quindi, nel 1997, di eleggere cinque-sei persone per ognuno di questi; mentre gli avvocati cominciarono ad istruire gli eletti sull'argomento. Era chiaro che il direttivo del Kituo (che già aveva precedentemente allontanato Murtaza) non era favorevole a questo tipo di movimento. A conferma di ciò, in quell'anno Jane Weru fu allontanata immediatamente per un anno sabbatico a Londra, e un missionario, che stava collaborando con Zanotelli, fu costretto a lasciare Nairobi nel giro di quarantott'ore. Il 1997 fu un anno difficile per padre Alex e per tutto il movimento che stava cercando di far nascere: infatti, oltre a questi allontanamenti forzati, molti rappresentanti delle comunità, in realtà, rappresentavano solo se stessi. Più amaro ancora, un gruppetto di responsabili si stava impossessando del movimento per interessi propri. Anche il 1999 non fu un anno facile: la decisione di Jane Weru di uscire dal Kituo fu un altro grosso passo indietro per il movimento. Ma l'avvocatessa che l'ha sostituì, Christine Bodewes, finì per giocare un ruolo fondamentale: infatti, in quello stesso anno, prese il via il Pamoja Trust, una struttura legale messa in piedi da lei e da padre Alex per seguire direttamente la lotta per la terra. Dei forti segnali positivi arrivarono subito dopo, quando i baraccati si riunirono ed iniziarono una vera e propria campagna cittadina. Gradualmente gli abitanti di tutte le baraccopoli di Nairobi scrivettero un loro manifesto, che padre Alex riporta nella sua Lettera agli amici dell'agosto 2000, e che afferma il diritto dei baraccati a non essere rifugiati all'interno del loro paese e di essere considerati uomini; “la terra”, com'è scritto nel documento, “deve diventare parte integrante del processo di riforma costituzionale in atto in Kenya”.
    “Il Manifesto della Campagna per la terra è nato nei bassifondi della storia, ma è carico di speranza e voglia di vivere;” scrive padre Alex nella sua Lettera agli amici dell'agosto 2000, “è stato in questo spirito di impegno, di lotta, di giubileo, di esodo, che ci siamo preparati a celebrare la Pasqua. E' stata la più forte quaresima che io abbia vissuto a Korogocho, ritmata, ogni venerdì, dalla Via Crucis, celebrata nelle strade di Korogocho. Come sono potenti queste Viae Crucis vissute nelle strade dove Gesù è oggi crocifisso nella carne dei poveri!”. Durante questa campagna, come già scritto in precedenza, padre Alex riservò una continua e particolare attenzione al metodo necessario e fondamentale della nonviolenza attiva. Affinché la lotta per la terra, che coinvolgeva un così grande numero di persone, non sfociasse in un vero e proprio “bagno di sangue”, data la violenza incredibile che più volte si era manifestata in altre precedenti situazioni, fu chiamata un'équipe dalle Filippine. Quest'ultima, composta anche da un ex collaboratore di Martin Luther King, avendo già sperimentato la nonviolenza attiva per sbarazzarsi del dittatore Marcos, si impegnò a creare un clima adatto a portare avanti le dinamiche della nonviolenza gandhiana. La giornata del primo luglio 2000 fu l'inizio ufficiale della Campagna per la terra. L'organizzazione popolare, chiamata Unione dei baraccati, formata da più di un migliaio di rappresentanti delle centoventi baraccopoli di Nairobi, fece una solenne processione per la città. Dei delegati deposero sul palco nove vasi di terra. Poi arrivò la torcia che, nei nove giorni precedenti, era passata per tutte le baraccopoli. Dopo, i delegati raccontarono la situazione nelle loro zone, in un clima di denuncia ma anche di festa. Ed infine, quattro anziani mescolarono la terra per farne un'unica realtà.
    Fu nel novembre del 2000 che il presidente keniano Moi arrivò a Korogocho. Spinto dall'organizzazione di base dei baraccati, ma anche dall'Habitat (la struttura dell'Onu che si occupa dell'ambiente) e dalla stampa internazionale, dichiarò solennemente che intendeva cedere la terra ai baraccati. Immediatamente, a Korogocho, i proprietari delle baracche (un migliaio di persone) si riunirono, istituendo un'organizzazione di nome Cowa, e fecero una forte pressione sul governo affinché si potesse istituire un comitato, per spartire la terra, costituito dagli stessi proprietari. Alla fine, nonostante vari momenti di grande violenza (“raramente nella mia vita mi sono sentito così insultato e dileggiato come dai proprietari delle baracche”, ricorda padre Alex nella lettera di quell'anno) si riuscì a trovare un compromesso con il Comitato dei 28: ognuno dei sette quartieri di Korogocho elesse due rappresentanti tra i proprietari e due tra gli inquilini nullatenenti. Dopo l'elezione del Comitato dei 28, in un clima di grande tensione e violenza, e dopo un censimento sostenuto dal Pamoja Trust, i proprietari delle baracche ingaggiarono il miglior avvocato di Nairobi e portarono il governo in tribunale. Tuttora non c'è stato alcun verdetto in merito.
    “Un altro concreto passo in avanti a favore dei baraccati potrebbe ora venire dal nuovo governo Kibaki”, scrive padre Zanotelli nel suo libro Korogocho, “se il presidente accettasse di adottare la nuova costituzione”, che è stata preparata dalla commissione presieduta da un professore keniano di origine indiana, di nome Ghai, il quale più volte ha visitato Korogocho. Nella bozza della possibile nuova costituzione del Kenya, ci sono delle clausole importanti: il governo non può demolire nessuna baraccopoli, e la terra su cui vivono i baraccati è proprietà della comunità da loro gestita.
    La campagna contro la Del Monte: la prima grande vittoria di Lilliput.
    Un esempio di come può agire una rete come quella lillipuziana non può che essere la campagna contro la Del Monte Kenya, che possiede un'enorme piantagione di ananas di 30.000 ettari a pochi chilometri da Nairobi. Padre Alex, dopo aver ricevuto il rapporto preparato da un giovane keniano riguardo alle violazioni dei diritti umani all'interno di quell'azienda, contattò l'amico Francesco Gesualdi del Centro nuovo modello di sviluppo. Quest'ultimo cominciò così ad indagare, e scoprì che l'azienda italiana non stava rispettando i requisiti minimi della Sa8000 (uno standard che contraddistingue i prodotti venduti dalla Coop in Italia e che certifica il rispetto da parte di un'azienda di requisiti quali lavoro minorile, discriminazione, norme per la salute e sicurezza, libertà d'associazione, stipendio e orario di lavoro). La collaborazione tra padre Zanotelli, Daniel Kiule (un sindacalista della Del Monte), il Centro nuovo modello di sviluppo di Gesualdi e la Kenya Human Rights Commission permise il lancio della campagna “Diciamo no all'uomo Del Monte” nel 1999, con il forte appoggio della Coop Italia. In quell'occasione gli italiani furono invitati a boicottare i prodotti della Del Monte e a mandare migliaia di cartoline alla Cirio di Sergio Cagnotti, proprietaria dell'azienda accusata. Nello stesso momento, la Coop minacciò di non vendere più prodotti della Del Monte.
    Padre Zanotelli, nella Lettera agli amici del dicembre 2000, scrive: “Zingaro, l'ex direttore della Del Monte, mi ha detto: ‘Ma spiegami una cosa: perché mai avete scelto come bersaglio la nostra azienda che in Kenya non è neanche la peggiore in fatto di violazioni dei diritti umani?'. Aspettavo quella domanda. ‘Lo so che non siete i peggiori in campo. Siete però il ventre molle della Bestia dove è più facile ottenere una vittoria. In più siete una multinazionale di modeste proporzioni; ed infine, siete italiani, quindi sapevamo di ottenere un appoggio popolare in Italia'.” Dopo la convocazione, da parte del governo, di tutte le parti interessate, la vittoria della campagna arrivò nel marzo 2001, quando la Del Monte firmò un accordo con i sindacati e con due organizzazioni non governative che si occupano di diritti umani (una di queste è il Centro nuovo modello di sviluppo di Gesualdi). Padre Zanotelli, nei mesi seguenti, sottolineò soprattutto due aspetti della vicenda: primo, per la prima volta una campagna di boicottaggio veniva effettuata in Africa; secondo, un'organizzazione per i diritti umani era stata coinvolta in una trattativa tra sindacato e azienda.
    Da Korogocho a Napoli – sulle strade d'Italia (2002- … )
    Già nel 1997, il responsabile provinciale dei comboniani aveva avvisato padre Zanotelli riguardo al pericolo che poteva sorgere se lui avesse legato il suo nome, la sua persona e la sua vita essenzialmente a Korogocho: questo, infatti, avrebbe impedito ai comboniani di assumere veramente questo tipo di missione. Padre Zanotelli si era dimostrato favorevole a fare un altro tipo di esperienza, ma aveva affermato che ci voleva una persona adatta che lo sostituisse e che fosse decisa a portare avanti quel tipo di presenza. Le trattative, alla fine, sono durate cinque anni, e si è finito per indirizzare la scelta su padre Daniele Moschetti, che ha studiato teologia a Nairobi ed è poi stato assegnato all'Italia per il lavoro con il Gim (Giovani impegno missionario, movimento gestito dai comboniani e riservato ai giovani).
    Dalla Lettera agli amici dell'agosto 2002 di padre Daniele Moschetti: “Alex è entrato nel cuore e nel mondo di questa gente dello slum, del ghetto. Ha sfondato il loro cuore e la loro fantasia. Un uomo, un prete, uno sconosciuto venuto da lontano che è entrato con grande amore e passione per la Vita e per i poveri. Lo testimoniano tanti momenti stupendi vissuti insieme alla comunità intera, dentro e fuori Korogocho, durante gli ultimi mesi della sua presenza qui tra noi. Alex mi ha preso in disparte e mi ha detto: ‘Daniele, togliti i sandali, che mi serviranno in Italia. Io ti do i miei che qui a Korogocho sono più resistenti!'. Era vero… i suoi sono resistentissimi sulle strade di Korogocho, ma in questo gesto ho voluto leggerci la sua voglia di restare accanto a me e ai poveri, seppure con un oggetto insignificante ma biblicamente grande! E così Alex continuerà la sua missione nel Nord del mondo con i miei sandali e io lo farò qui con i suoi sandali, simbolo di una missione che continua. E' un'eredità pesante e a volte stretta: questo l'ho sentito e percepito anche dai miei piedi, che i primi giorni facevano fatica ad abituarsi a questi strani sandali. Ora mi sono abituato a calzarli e a sentirli miei, speriamo sia anche auspicio di una missione portata avanti come l'ha fatto l'amico e fratello Alex in un Continente sempre più crocifisso e dimenticato!”.
    Ma c'è stata anche un'altra ragione che ha spinto padre Zanotelli al rientro in Italia: molti erano convinti che lui avrebbe potuto parlare di missione in un certo modo e anche dare una mano al movimento della società civile organizzata. Inoltre, anche in Italia ci sono situazioni di enorme disagio, specialmente nelle grandi città. “Nel Nord ci sono sacche di emarginati che è importante assumere come missione;” scrive nel libro Korogocho, “e una missione fatta così nel Nord del mondo assume una dimensione molto forte, significativa e rilevante. Perché se non cambiano le cose nel Nord, tra i ricchi, non avverrà nulla tra i poveri, non cambierà nulla per loro, anzi sarà sempre peggio. Da qui, l'importanza di gridarlo nel cuore stesso dell'Impero. Ci stiamo muovendo verso la mercificazione di tutto. La frase fondamentale è -business is business-, gli affari sono affari, e si fanno. Ciò trasforma la società italiana in qualche cosa di squallido, vuoto, senza significato. E' in questo contesto che sono venuto in Italia e sento l'importanza di esserci”.
    Dal 2002, la “nuova Korogocho” di padre Alex Zanotelli è Napoli, proprio all'interno del quartiere Sanità, nel quale vivono 15.000 persone, quasi tutte senza lavoro; le sue battaglie, ora, le sta conducendo in un luogo come questo, dove regna incontrastata la camorra, portando tuttora avanti numerose campagne nazionali ed internazionali per i diritti umani, per la ripubblicizzazione dell'acqua (bene comune dell'intera umanità) e riguardo alla delicata questione campana dei rifiuti.
    Bibliografia
    Alex Zanotelli, Leggere l'Impero: il potere tra l'Apocalisse e l'Esodo, La Meridiana, 1996
    Alex Zanotelli, I poveri non ci lasceranno dormire, Monti, 1996
    Alex Zanotelli, Inno alla vita: il grido dei poveri contro il vitello d'oro, EMI, 1998
    Alex Zanotelli, La solidarietà di Dio, EMI, 2000 (raccolta di articoli apparsi su “Nigrizia”)
    Alex Zanotelli, R…esistenza e dialogo, EMI, 2001 (raccolta di articoli apparsi su “Nigrizia”)
    Alex Zanotelli, Korogocho: alla scuola dei poveri, Feltrinelli, 2003
    Alex Zanotelli, Fa' strada ai poveri senza farti strada, Emi, 2003
    Alex Zanotelli, Da Korogocho con passione: lettere dai sotterranei della vita e della storia, EMI, 2006 (raccolta delle “Lettere agli amici” scritte da Korogocho, dal 1990 al 2002)
    Collegamenti esterni
    Nigrizia
    Giovani e Missione: sito dei comboniani con i giovani
    Zanotelli in tv
    Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Alex_Zanotelli"
    Categorie: Da controllare per copyright - biografie | Da controllare per copyright - marzo 2008 | Segnalazioni NPOV biografie | Segnalazioni NPOV - marzo 2008 | Da controllare biografie | Da controllare - marzo 2008 | Da wikificare biografie | Da wikificare - marzo 2008 | Biografie | Religiosi italianiCategoria nascosta: BioBot

    « Torna al 26 Agosto